Lettura vocazionale del Vangelo domenicale

Gv 18, 33b-37

Dov’è Gesù, la corona d’oro che ci aspettavamo? Dov’è lo scettro, il manto d’ermellino, la corsia rossa che nel nostro immaginario sempre accompagnano la figura del sovrano? Dove sono le trombe, gli eserciti, la sicurezza? E i fotografi, i paparazzi, i body-guard che ti difendono dagli assalti indiscreti?

Niente di tutto ciò per te, o Gesù, re di gloria, che ti presenti a Pilato e al mondo come un “re capovolto”. Il tuo è davvero un regno sottosopra, rispetto ai nostri: vince non chi fa la voce grossa, ma chi si umilia. È premiato non chi sbraita e fa il gradasso, ma chi si offre in dono, amando e servendo. E tu? Qual è la tua priorità di governo? “Sono venuto nel mondo per dare testimonianza alla verità”.

È una testimonianza che ti costa cara, Signore. Ma sento che dentro alla tua morte in croce è nascosta una promessa: regnare con Te, regnare come Te. Essere vivi sul serio! Questa è la Verità.

E se non faccio verità in me stesso, non sarò mai nessuno. Potrò conquistare lauree, raggiungere posti di lavoro importanti, avere prestigio e rispetto, inchini e pagine di giornale, macchine di lusso e amici di prestigio … ma se non farò verità dentro me stesso e non sceglierò quello che Tu hai scelto per me e per la mia felicità, non regnerò mai. Sarò solo un fantoccio, uno spaventapasseri di cui ci si burla, un politico brillante e uno statista emergente, ma non il re di me stesso …

Se lo vuoi, eccomi; vengo con te. Sarò un discepolo “sottosopra”, come Tu, mio Re, mio Capitano.

Tu sei degno, o Signore e Dio nostro,

di ricevere la gloria,

l'onore e la potenza,

 

perché tu hai creato tutte le cose,

per la tua volontà furono create,

per il tuo volere sussistono.

 

Tu sei degno, o Signore,

di prendere il libro

e di aprirne i sigilli,

 

perché sei stato immolato

e hai riscattato per Dio con il tuo sangue

uomini di ogni tribù, lingua, popolo e nazione

 

e li hai costituiti per il nostro Dio

un regno di sacerdoti

e regneranno sopra la terra.

 

L'Agnello che fu immolato è degno di potenza,

ricchezza, sapienza e forza,

onore, gloria e benedizione.

 

Gloria al Padre e al Figlio

e allo Spirito Santo.

Come era nel principio, e ora e sempre,

nei secoli dei secoli. Amen.

Mc 13, 24-32

“Non ci sono più le mezze stagioni”. “Eh, si stava meglio quando si stava peggio”. “Il mondo si è capovolto, signori miei!”. “Ah, ai nostri tempi certe cose non succedevano”. “Eh, inutile. Di male in peggio!”. “Che disastro!”. “Siamo prossimi alla fine!”.

Vi capita mai di sentire frasi simili? Sono tra le più qualunquiste che esistano, e soprattutto chi le dice ha solitamente disegnata sulla faccia una smorfia di pessimismo imperante, che non lascia spazio a nessun dubbio: il mondo è andato, ormai ci resta il peggio e poi sarà tutto finito.

Gesù sembra quasi mettersi sulla stessa linea d’onda: sole che si spegne, luna intermittente, stelle che cadono. Sì, anche gli astri, che il Creatore aveva appeso al soffitto del Cielo nei primi giorni della storia, verranno tolti e riposti da parte. Per la semplice ragione che non serviranno più.

Eppure nel parlare di Gesù non c’è nessun tono pessimista, pauroso o angosciato, anzi. Sembra che dica: state tranquilli, perché quando questo mondo sparirà, con tutte le sue cose belle o brutte, ci sarà ancora una speranza.

Tutto passa, ma dopotutto, cosa resta? Resta una parola, resta la Parola, quella vera capace di dare esistenza e rinnovare le cose. Il cielo e la terra passeranno, ma le parole di Gesù non passeranno.

“Vuoi vivere sul serio, oggi e anche domani? – ci propone. Allora aggrappa la tua vita alle mie parole, se non vuoi restare in balia di ciò che è troppo provvisorio e destinato a consumarsi”. Aggrappati a queste parole che non scompaiono, perché tutto quello che qui vivrai ascoltando le mie parole è messo da parte e “salvato con nome” nell’eternità.

Dio ci salvi dalle lamentele qualunquiste e dia ad ogni parola una sfumatura di speranza. Dopotutto, resta Lui.

Nel silenzio della sera, io ti cerco, mio Signore;

il tuo volto mi consola, vedo in te l’immensità.

Al tuo fianco io cammino, tu mi guidi nella vita,

se il tuo braccio mi sostiene nella luce giungerò.

(R. Padoin)

Dopotutto, cosa resta?

Mc 12, 38-44

Che quella povera donna si avvicini alla cassetta delle offerte e vi getti dentro qualcosa, non mi stupisce. Da che mondo è mondo, lo facciamo tutti. Un soldino, una candelina, una preghiera. Ma qui c’è qualcosa di diverso, e Gesù, da buon osservatore, se ne accorge.

La donna che passa dinanzi a Lui in quel momento fa qualcosa di speciale. Non sta solo facendo una offerta, non sta compiendo un gesto di routine religiosa e non sta cercando di “comprare” Dio con i suoi soldi. Con il suo donare tutto quello che ha per vivere, si sta letteralmente mettendo nelle mani del Signore, sta facendo una silenziosa eppure spiritualmente assordante professione di fede nel Dio che si prende cura dei suoi poveri.

Aveva due ultimi spiccioli nel portafoglio. L’avarizia le avrebbe detto: tienili per te, ché non hai neanche da mangiare. Il buonsenso le avrebbe suggerito: al massimo, una per il Signore e una per te. Ma lei, le dona entrambe, due sue due. Fa l’en plein di generosità, ma soprattutto fa l’en plein di fiducia perché sa che il Destinatario dell’offerta è in realtà Colui che più di tutti dona, Uno che è attendibile, che non ti molla. Punta su di Lui, sulle “ruota” che non c’entra con la fortuna, ma con l’Amore incalcolabile.

Due su due. Segno quasi impercettibile (senza gli zeri di tanti assegni dei ricchi!) ma vero e limpido di chi si fida e si dichiara disposto a giocare la vita per Dio. Puntare tutto su di Lui, l’unica ruota che conta e sulla quale la vincita è assicurata!

Prendi, Signore, e ricevi

tutta la mia libertà,

la mia memoria,

la mia intelligenza

e tutta la mia volontà,

tutto ciò che ho e possiedo;

tu me lo hai dato,

a te, Signore, lo ridono;

tutto è tuo,

di tutto disponi

secondo la tua volontà:

dammi solo il tuo amore e la tua grazia;

e questo mi basta.

(sant’Ignazio di Loyola)

 

Mt 5, 1-12

Ci si diverte in Paradiso? La domanda mi è stata rivolta da alcuni ragazzi, tempo fa, a mo’ di battuta (ma dentro le battute dei ragazzi si nascondono spesso desideri veri). E poi hanno incalzato: cosa si farà lassù tutto il giorno? (e la notte, per giunta!?). Ci rivedremo di nuovo? Andremo a fare delle passeggiate? Ci mancherà qualcosa? Saremo felici?

Le domande dei ragazzi ti travolgono come una cascata. Sono in fondo anche le nostre domande; perché tutti, guardando in alto, siamo presi dalla curiosità o dallo spavento o dall’inquietudine … o dal desiderio di abitarvi.

A tutto questo risponde la liturgia della festa dei Santi, una festa popolata di volti. Sono i volti della moltitudine immensa vestita a festa, che Giovanni ha visto e “fotografato” nell’Apocalisse. Sono i volti dei “beati” secondo lo stile di Gesù, poveri e misericordiosi e miti e perseguitati, finalmente ricompensati delle loro aspettative. Sono i volti dei santi che vediamo nelle nostre chiese e nelle nostre case, volti che parlano dalla loro cornice dorata ma dalla quale traspare una umanità a tutto tondo. Sono i volti di tanta gente che non dimora più su questa terra, ma che ci ha lasciato un messaggio importante di vita, che conserviamo come una preziosa eredità …

Non è vuoto il Paradiso. Anzi, è così pieno – ci assicura il Signore – che nessuno riesce a fare la conta di quelli che ci abitano. Eppure non è mai talmente pieno e ingombro da lasciarci senza posto. Non è noioso il Paradiso. Non è grigio. Una festa colorata nella quale l’umanità di ciascuno brillerà e assomiglierà a quella di Cristo.

Tranquilli, ragazzi. Ci si diverte in Paradiso. Perché saremo a contatto con la Vita in persona, Gesù Risorto. E con la sua linfa di energia, che già ora entra nelle vene della storia e la chiama – come chiama me, te, tutti – a quel destino, fatto di Cielo.

Poiché le tue parole, mio Dio,

non sono fatte per rimanere inerti nei nostri libri,

ma per possederci e per correre il mondo in noi,

permetti che, da quel fuoco di gioia da Te acceso,

un tempo, su una montagna,

e da quella lezione di felicità,

qualche scintilla ci raggiunga e ci possegga,

ci investa e ci pervada.

Fa’ che, come fiammelle nelle stoppie,

corriamo per le vie della città,

e fiancheggiamo le onde della folla,

contagiosi di beatitudine, contagiosi della gioia...

           (Madeleine Delbrêl)

Mc 10, 46-52

Chi è cieco per davvero? Bartimeo, il barbone seduto ai margini della strada e della vita, che quando sente passare Gesù lo chiama pieno di fede, oppure la folla che subito lo sgrida, fa tacere le sue urla sconvenienti?

Chi è cieco sul serio? Quello che senza la vista degli occhi sa riconoscere il Messia e ha capito di chi può fidarsi o quello che pur vedendoci benissimo con le sue pupille non riesce a scorgere più in là del suo naso e vede solo se stesso, il proprio ego, i suoi capricci?

Non c’è dubbio che, come diceva Saint-Exupery nel Piccolo principe “non si vede bene che col cuore, l’essenziale è invisibile agli occhi”. Bartimeo era uno che col cuore ci vedeva benissimo, era capace di guardare nel profondo il proprio stato d’animo e di chiamare per nome ciò che lo abitava; era capace di distinguere con attenzione quelli che gli passavano accanto, se fossero buoni o cattivi, gente che voleva aiutarlo o che solo lo prendeva in giro; era uno che aveva allenato gli occhi del cuore per avvistare e accogliere il suo Salvatore, appena sarebbe arrivato.

Percepire, guardare, scorgere, intravedere, scrutare, adocchiare, avvistare, ravvisare. Ma forse gli mancava ancora qualcosa. Che qualcuno aprendogli anche gli occhi del corpo, lo rendesse capace di vedere la sua vita dall’alto, cioè concepirla come un progetto, come uno splendido disegno.

Forse ci manca questo, talvolta. Quegli ultimi “decimi” di fede da aggiungere alla nostra vista, magari già sana, robusta e perspicace. Quell’ultima manciata di diottrie che solo Gesù Cristo ci regala, e che ci fa percepire la nostra esistenza a colori, dove tutto ha il suo posto e il suo perché.

Sguardi così si possono solo invocare.

Donaci Signore,

occhi per vedere le necessità del mondo

e un cuore per amare l’universo che tu ami.

 

Donami un cuore di carne,

non un cuore di pietra,

per amare Dio e gli uomini;

donami il tuo stesso amore

per amare veramente,

dimentico di me stesso.

 

Donami la tua luce per riconoscere i tuoi segni.

Donami di conoscerti negli altri e di conoscere

in loro la tua voce e i tuoi desideri.

 

Signore, ho bisogno dei tuoi occhi:

dammi una fede viva.

Ho bisogno del tuo cuore:

dammi una carità a tutta forza.

 

Ho bisogno del tuo soffio.

dammi la tua sapienza,

per me e per la tua Chiesa.

Dammi la capacità di compiere pienamente

ciò che tu mi chiedi.

 

(L.J.Suenens)

 
 

Seminario Vittorio Veneto

 
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